Il modello CORO: per un futuro in armonia

Capriccio stravagante di un musicista sognatore

Ho cantato in coro fin da ragazzino. Avevo una duttile vocina di tenore e, in più, riuscivo a cantare piuttosto bene anche in falsetto, nella tessitura del contralto. Con l’esperienza e l’esercizio riuscii poco a poco ad ampliare la tessitura e, ben presto, potevo cantare da basso e da soprano. Che divertimento cantare tutte le parti!

Mi divertivo così tanto che, oltre a cantare nel coro del Conservatorio, accumulavo impegni ed ero arrivato ad un punto, ai limiti del patologico, in cui avevo una prova tutte le sere della settimana, lusso che, se vivi in una grande città, ti puoi permettere, ma questo eccesso di impegni durò poco, perché la stanchezza mi fece più saggio.

Ho cantato di tutto, musica medievale e pezzi terminati di scrivere il giorno stesso della prova; per fare i vari concerti ho fatto tantissimi viaggi e ho conosciuto innumerevoli luoghi, esibendomi in teatri, chiese, chiostri e sale di ogni genere, cosa che, per un liceale, era un’ebbrezza immensa.

Ho assistito a innamoramenti, fidanzamenti, matrimoni e, purtroppo, funerali. Ho cantato assieme a ricchissimi e poverissimi, disoccupati e stressati dal troppo lavoro; ho osservato l’accadere di tanti eventi della vita, ho conosciuto famiglie dove cantavano nonni, genitori e figli, ho visto integrarsi con naturalezza, proprio grazie alle relazioni che il coro favorisce, persone che venivano da lontano e che erano soli e sperduti. Alcuni tra questi, un po’ di anni più tardi, vennero definiti extracomunitari.

Ho visto anche delle cose non molto onorevoli, cattiverie, giudizi, critiche, dicerie e tutte le debolezze più comuni della specie umana.

Fin da subito compresi che il coro più che una grande famiglia è una piccola società, dove si rispecchiano in formato bonsai tutte quelle cose che avvengono nel mondo esterno. Ma con importantissime differenze: il coro, grazie ai suoi limitati confini, facilmente si presta ad essere osservato come laboratorio; inoltre il coro è molto più avanzato rispetto alla società normale, perché ha costituzionalmente obiettivi, struttura e autodisciplina altrove sconosciuti.

Anche quando da cantore divenni direttore, ho sempre continuato a riflettere sulle mie esperienza giungendo a ipotizzare che il coro potrebbe essere un possibile modello sanante, e da qui, in qualità di irriducibile visionario, ho immaginato un modello sociale per il futuro.

Come può avvenire per alcuni virus finiti fuori controllo, il modello CORO potrebbe uscire misteriosamente dal suo piccolo laboratorio e contagiare lentamente ma irrimediabilmente i modelli sociali del pianeta. Vi sembro folle?

Il modello CORO

Burlone come sono, ho immaginato che CORO sia l’acronimo di Cooperazione Organizzata per Ridefinire gli Orizzonti. Come la maggior parte degli acronimi forse non è un capolavoro poetico, ma il potere del significato è profondo.

  • Cooperazione. È un passaggio fondamentale per la pienezza dell’essere umano. Finora abbiamo conosciuto quasi solo la competizione, anzi, siamo convinti che dove non c’è competizione ci sia il nulla; al contrario, sprechiamo tutte le energie, le potenzialità, le ricchezze, la creatività per alimentare polemiche, risse, conflitti, sopraffazioni, perfino guerre. Tutto questo per l’idolatria dell’ego che è solo un minimo frammento di noi stessi, alla cui felicità sacrifichiamo la nostra. Eppure sappiamo benissimo che l’egoismo è l’incubo di chi lo prova perché è impossibile (e pure pericoloso) essere felici in mezzo a un mondo infelice, e l’invidia altrui non è un vanto ma un rischio terribile. Eppure millenari modelli, che col CORO non hanno niente a che fare, ci hanno convinto ed assuefatto all’idea che se non vinci o freghi gli altri, gli altri inevitabilmente vinceranno o fregheranno te, col risultato evidentissimo di essere tutti fregati e vinti vicendevolmente.

  • Organizzata. Mai come in questi tempi è evidente che la civiltà umana è confusa, cialtrona, improvvisata, vive a casaccio e procede guidata dalle sole emozioni in assenza della ragione. Il CORO, invece, è un organismo altamente organizzato che deve strutturare finemente ogni dettaglio. Un solo ritardo di un sedicesimo può provocare una catastrofe musicale, una sola nota errata non solo oltraggia l’armonia, ma può trascinarsi dietro una valanga di nuovi errori.

  • Ridefinire. Porre nuovi fini e nuovi con-fini. Occorre stabilire dei limiti e dei fini se vogliamo fare qualcosa, ma, come è indispensabile farlo, è altrettanto indispensabile sapere rimettere tutto nuovamente in discussione estrinsecando quella magnifica virtù che è detta resilienza.

  • Orizzonti. Orizzonte significa visioni e obiettivi senza i quali non andiamo da nessuna parte se non brancolando al buio biascicando rosari di lamentele. La visione è l’apertura di nuove strade finora intentate, l’obiettivo è la stella luminosa che ci indica la strada da percorrere.

Alcuni hanno già provato

È risaputo che l’idea del CORO, dell’orchestra e delle innumerevoli metafore musicali come modello per orientare la società del futuro non è mia: moltissimi grandi pensatori e musicisti hanno costruito tale concetto. Io ho elaborato un semplice confezionamento di idee già esistenti già applicate. Non voglio scendere nella notte dei tempi e nella raffica di citazioni possibili, ma voglio menzionare due casi estremamente significativi.

Il primo è El Sistema, fondato in Venezuela da José Antonio Abreu, il più grande progetto di didattica musicale della storia. Questo «mira ad organizzare sistematicamente l’educazione musicale ed a promuovere la pratica collettiva della musica attraverso orchestre sinfoniche e cori, come mezzo di organizzazione e sviluppo della comunità» (dalla descrizione che ne dà la stessa Fondazione che lo amministra) ed è fondato sull’educazione pubblica, gratuita e aperta a tutti i ceti sociali, strutturato in una piramide dove ciascuno è libero di proseguire verso il gradino superiore o di abbandonare la salita permanendo sullo stesso gradino. Chi giunge alla cima rappresenta il livello supremo della professionalità musicale, ma tutti i gradini della piramide consentono eccellenti esperienze e soddisfazioni mediante la musica d’assieme. Un progetto veramente grandioso e raffinatamente strutturato che non soltanto sta donando da anni sollievo al povero e martoriato Venezuela, ma viene esportato in tutto il mondo, vantando, comunque, il massimo successo nei paesi poveri.

Anche io, nel mio piccolo, mi sono adoperato negli ultimi tre anni per impiantare in Himalaya, nel West Bengala, distretto di Darjeeling, un progetto multistrato di educazione musicale ispirato ad Abreu.

Il secondo caso importante è la West-Eastern Divan Orchestra, fondata da Daniel Barenboim ed Edward Said, orchestra che riunisce nella stessa esperienza di fare musica d’assieme dei musicisti israeliani e palestinesi, caso unico di progetto musicale che si svolge addirittura tra paesi belligeranti.

Il modello, ovvero i sette semi che il CORO può piantare

1 – Unità nella diversità

Una delle virtù più invidiate ai cori è quella di cantare in armonia tutti assieme. Eppure l’unità del coro non ha niente a che fare con l’uniformità che in altri ambiti viene ritenuta un valore, dove tutti si debbono attenere nella stessa maniera allo stesso protocollo. Il CORO ha tante divisioni al suo interno sia nei ruoli (direttore, coristi, eventuali solisti e strumentisti) sia nelle tessiture vocali, inoltre, all’interno della stessa fila, tutti i coristi sono differenti, ma impastano il loro suono e calibrano la loro intonazione fino ad ottenere un risultato omogeneo. Le differenze, come tutti sappiamo, possono rappresentare conflitti o ricchezza. Perché siano ricchezza occorre un obiettivo comune che faccia la sintesi tra gli opposti. Riuscireste ad immaginare cosa succederebbe se la società umana fosse unita da obiettivi comuni?

2 – Impegno e disciplina

Chiunque abbia cantato in coro ad un certo livello artistico sa che per ottenere buoni risultati occorre provare frequentemente, assieme o a sezioni, talvolta ripassarsi le parti a casa e mantenere molto alto il livello di attenzione sia durante le prove che durante il concerto. Lo spontaneismo pressappochistico non ha niente a vedere col coro che si pone obiettivi artistici e che cura scrupolosamente intonazione, emissione, fraseggio, coloriti e dizione, perché la cura dei particolari è una forma di amore. Cosa sarebbe il mondo se più uomini mettessero impegno, disciplina e amore nelle loro attività?

3 – Ricerca della qualità

Le tante prove richieste per fare un concerto nascono dalla ricerca della qualità, che deve essere la più alta possibile, e per la quale i musicisti fanno immensi sacrifici.

In un mondo dove si valuta solo la quantità, dove i lavori si pagano a ore, dove l’unica valutazione che viene fatta per qualsiasi cosa è il costo, la ricerca sistematica della qualità è una rivoluzione. Cercare la qualità, costruirvi attorno i propri valori, viverla e riconoscerla sono azioni che ci spostano su di un livello di coscienza più alto, quello che è veramente e propriamente umano e che si eleva nettamente rispetto ai comportamenti istintuali. Riuscireste a immaginare come vivremmo se la qualità diventasse il desiderio primario?

4 – Diffusione della Cultura

La parola Cultura ha una radice bellissima, culto di Ur, che nelle lingue semitiche significa luce. La Cultura è l’opposto dell’erudizione ed è oltre il sapere e la conoscenza. È la ricerca dei semi di luce che ci sono nella storia umana, nelle arti, nello spirito degli uomini che hanno manifestato grandezza. Il CORO è depositario di infiniti capolavori: possiamo quasi certamente affermare che la stragrande maggioranza delle composizioni musicali della storia impiegano il coro o, come minimo, dei gruppi di voci. In questi innumerevoli capolavori è custodita la luce della civiltà umana, quella luce che sfida i secoli e che merita di attraversare la storia. Pensate ad una società che invece di diffondere panzane complottistiche e risse ideologiche irraggi Cultura!

5 – Testimonianza di un’esperienza vissuta

La nostra civiltà ascolta sempre moltissima musica, in automobile, nelle sale d’aspetto, nei supermercati, per la strada con l’auricolare nelle orecchie, perfino nei parcheggi e negli ascensori, per non parlare di cinema, televisione, computer e cellulari. La musica, per troppe persone, è un ottundimento passivo ed anestetizzante, invece chi canta in coro è protagonista attivo della musica, la fa, la vive, la testimonia, la ama e la fa amare. Come potrebbe essere il mondo se gli umani vivessero in maniera attiva invece che subire quello che gli viene propinato in passività!

6 – Soddisfazione

Cantare in coro è un modo eccellente per stimolare le emozioni costruttive. La cosa bella è che quando si canta si è soddisfatti per quello che si fa e non per qualcosa che viene dall’esterno. Cantare accende l’entusiasmo, genera passione crea contagio. Vogliamo immaginarci esseri umani soddisfatti, entusiasti e appassionati?

7 – Ridefinizione del potere

Nessun gruppo umano può funzionare senza meccanismi organizzativi che creano delle situazioni di potere. Il potere nel CORO è distribuito (alcune persone si spartiscono alcune responsabilità) e, quello affidato al direttore è un atto di servizio e di competenza (in moltissimi cori il direttore è scelto, talvolta pagato, dai coristi). Inoltre il CORO sperimenta due cose veramente splendide che sono il potere interiore della musica e il potere del gruppo quando questo è armonico. Che splendore sarebbe una società dove il potere è armonia, servizio e competenza!

Conclusioni

Fin dal sottotitolo ho annunciato di essere un sognatore, parola che viene pronunciata troppo spesso con alterigia e sufficienza, come se il sognare fosse un’attività spregevole. Eppure tutti i veri cambiamenti, le grandi invenzioni, i grandi capolavori, prima di essere realizzati sono stati sognati e immaginati. Non pretendo di essere un grande creatore, ma non rinuncio al diritto di sognare.

Sogno un mondo dove cori e orchestre sostituiscano gli eserciti e restringano gli ospedali.

I sogni talvolta si avverano. Ma i sognatori debbono essere determinati e numerosi.

Quando l’orchestra non suona

La solitudine dei leggii

La solitudine dei leggii

In un’epoca eticamente così barbara, nella quale i costi per la cultura vengono ridicolizzati come sprechi, è molto importante che i professionisti della cultura stiano attenti a non prestare il destro a facili denigrazioni o, ancora peggio, a diventare ispiratori e fomentatori di sanguinose critiche.

Purtroppo il sindacalismo italiano, incapace di rinnovarsi, di dialogare, di contribuire alla creazione di nuovo lavoro, ama molto mostrare i propri flaccidi muscoli facendo l’unica cosa che ha sempre fatto compulsivamente: indire scioperi. Sullo sciopero ho già scritto un post, ma lo sciopero delle orchestre d’opera ha dei risvolti differenti e più subdoli.

Le orchestre degli enti lirici, innanzitutto, scioperano nel momento di massima visibilità, durante le prime o quando gli artisti sono di grande fama. Non c’è un’inaugurazione di stagione lirica negli ultimo 20 anni per la quale non sia stato minacciato uno sciopero; purtroppo tali minacce si sono spesso concretizzate e abbiamo assistito a decine e decine di rappresentazioni d’opera fatte al pianoforte; insomma: più lo spettacolo è importante più abbiamo probabilità di vedere vuoti i leggii. Ma è proprio questa visibilità che si ritorce contro.

Celebre la Traviata alla Scala dove il pianoforte fu suonato da Muti stesso, ma numerosi enti lirici, Bologna e Genova in prima fila, hanno brillato nella quantità di esecuzioni pianistiche.

Tempo fa andai a Napoli per sentire un brillante allestimento al Teatro S. Carlo e ascoltai la recita suonata al pianoforte, per l’ennesimo sciopero dell’orchestra. Mi arrabbiai veramente tantissimo, perché da Udine ero andato fino a Venezia per prendere l’aereo e avevo pagato due notti d’albergo per non perdermi quello spettacolo. E quella sera sentii la voce e la rabbia  di turisti che venivano da molto più lontano. Da allora ho deciso che l’aereo per sentire un’opera lo prenderò solo se l’opera è all’estero, e so di non essere il solo ad essere animato da questa filosofia.

Eppure la recita fu un successone, come fu un successone la Traviata scaligera suonata da Muti e furono successoni le opere suonate al pianoforte da meno blasonati – ma bravissimi – musicisti a Genova e a Bologna.

Proprio questo successo è il problema. Il messaggio che viene dato ad ogni sciopero è: l’orchestra non serve a nulla, il pianoforte sostituisce egregiamente, è sempre puntuale in scena, si possono risparmiare cifre ragguardevoli. E poi chi ce lo fa fare di pagare un’orchestra tutto l’anno, quando ci sono tante orchestre free lance molto meno costose e, quando le cose vanno male, si può pure ricorrere al pianoforte, tanto per il grande pubblico è sempre lo stesso?

Se il pubblico sa che l’orchestra sciopera già all’inaugurazione, difficilmente comprerà i biglietti per l’abbonamento (gli unici che diano respiro finanziario agli enti lirici) e gli sponsor faranno a gara per tirarsi indietro. Questo è il motivo per cui non sentirete mai che in Germania, Austria o Inghilterra le orchestre scioperano, anzi, gli scioperi di orchestre sono una specialità unicamente italiana, che non ha riscontri altrove.

Nei paesi evoluti, gli orchestrali difendono il loro posto di lavoro suonando, e le rimostranze sindacali le esternano nelle mille maniere che vengono in mente a chi non si sia fossilizzato sul chiodo fisso del nostro sindacalismo paleozoico, convinto che nulla esiste al di fuori dello sciopero.

I cittadini non sanno come si chiama il sovraintendente o il direttore artistico, non hanno idea di quali sono le beghe – troppo spesso puntigliose e stupide – che hanno portato ad incrociare le braccia, ma sanno benissimo che le orchestre italiane tirano buche, sanno che spesso non suonano, che non c’è da fidarsi, che in Italia il turismo culturale è una inimmaginabile follia. Io non ricordo – anzi, non l’ho mai saputo – perché l’orchestra partenopea quella sera fece sciopero né chi erano gli amministratori pro tempore del teatro. Ricordo solo la rabbia e la delusione. Ricordo di avere riflettuto come l’ascoltatore è quello che non conta niente, quello a cui nessuno pensa, quello a cui si pretende che paghi salatissimi biglietti, che faccia viaggi e sacrifici, ma a lui non si garantisce assolutamente nulla, visto che l’eventuale rimborso di un biglietto non copre né le spese di viaggio né – e questo è molto peggio – la delusione.

Troppi musicisti considerano il pubblico come un diritto, come una vacca da mungere, come una massa di inferiori a cui esigere, dall’alto della propria altezzosità, apprezzamento e ammirazione. Al pubblico ci deve pensare la politica, il sovrintendente, il direttore artistico, i musicisti pensano alle tariffe degli straordinari o all’indennità di trasferta. Vengono sfiorati da qualche riflessione solo quando la catastrofe economica è già avvenuta. Solo allora capiscono che l’ascoltatore è l’unico motivo del loro lavoro, che è una conquista mai certa e mai scontata, che deve essere sia amato che capito, e che per farlo bisogna mettersi nei suoi panni (è rarissimo, per esempio, vedere musicisti di professione seduti come pubblico ad ascoltare un concerto).

Queste cose andrebbero capite prima che chiuda l’ultimo teatro e venga licenziata l’ultima orchestra. Dopo è troppo tardi, ma quel “dopo” … è vicino.

 


 

Ecco, invece, un esempio positivo, che ci viene dal Teatro Regio di Torino, che indica che per farsi notare i musicisti non debbono fare altro che fare i musicisti, altro che scioperi!

 

 

Grazie, Lorin Maazel

Ho appena avuto la notizia della morte di Lorin Maazel. Avendolo sentito in concerto numerosissime volte e avendo nell’orecchio tante sue incisioni, pensare a lui è stato come ripercorrere le avventurose storie della mia vita. E’ sorprendente come l’esistenza di un artista sia, per chi lo ha apprezzato, come la vita di un parente, di un amico intimo. Esiste un misterioso e insondabile filo che unisce i nostri gesti, i nostri pensieri, i nostri sentimenti e i nostri sogni con gli artisti e l’arte del nostro tempo. Se siamo consapevoli di questo filo, l’importanza di un artista ha la stessa potenza interiore di chi ci è stato intimo, e la sua scomparsa ci costringe a passare in rassegna tutta la nostra esistenza per fare una sintesi degli eventi e degli apprendimenti scaturiti grazie a quella relazione. E queste sintesi sono davvero importanti, anche solo per toccare con mano che ogni apprendimento è il risultato di una relazione, che ogni comprensione non è solo nostra, ma necessita di un “grazie” a qualcuno, talvolta al mondo intero. Grazie Lorin Maazel, che ti vai ad aggiungere alla folta schiera di coloro dai quali ho avuto un prezioso insegnamento!

Grazie Maestro Abbado!

Oggi il Maestro Claudio Abbado ha preso posto nel suo nuovo incarico di Direttore Principale dell’Orchestra Filarmonica del Paradiso. A chi l’ha apprezzato grandemente ha lasciato infinite occasioni di gioia, ha fatto provare tante volte quei sottilissimi brividi che la musica instilla quando raggiunge i culmini della maestria, ha testimoniato l’arte dell’umiltà sapiente che è il segreto per affrontare i supremi capolavori. Moltissimi grandi compositori, da Mahler a Rossini, da Berg a Nono, sono corsi gioiosi ad abbracciarlo ed a complimentarsi per il grande servizio da lui reso alla loro arte. Non lascia un vuoto: lascia un pieno traboccante di idee, di avveniristici progetti, di scoperte e riscoperte, di impegno civile e politico. Grazie infinite Maestro Abbado, nel nostro cuore continueremo ad applaudirti!